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I campi di lavoro sui beni confiscati alle mafie.

Migliaia di volontarie e di volontari provenienti da tutte le regioni d’Italia scelgono ogni anno di fare un’esperienza di lavoro, di volontariato e di formazione civile partecipando ai campi di lavoro sui terreni confiscati alle mafie e gestiti da forme organizzate della società civile (cooperative sociali, associazioni di volontariato, etc.) grazie alla legge 109/96 che permette il riutilizzo sociale dei beni sottratti alla criminalità organizzata. Segno questo, di una volontà diffusa di essere protagonisti e di voler tradurre questo impegno in un’azione concreta di responsabilità e di condivisione.

L’obiettivo principale dei campi di lavoro sui beni confiscati alle mafie è quello di diffondere una cultura fondata sulla legalità e sulla giustizia sociale che possa efficacemente contrapporsi alla cultura della violenza, del privilegio e del ricatto. Si dimostra così, che è possibile ricostruire una realtà sociale ed economica fondata sulla pratica della cittadinanza attiva e della solidarietà.

In Piemonte, Emilia Romagna, Abruzzo, Marche, Puglia, Campania, Calabria, Basilicata, Sicilia e Sardegna, e anche in Veneto, i volontari si impegnano, lavorano, si confrontano diventando parte integrante del popolo dell’antimafia. 
I campi rappresentano un’esperienza estiva che sempre più spesso è solo l’inizio o è già parte di un percorso più ampio che i giovani intraprendono nel cammino della legalità, della consapevolezza e dell’impegno nella lotta alle mafie.

Il progetto in Veneto

 Giustizia sociale e legalità. Quale nesso?

Non posso dire ai miei ragazzi che l’unico modo d’amare la legge è d’obbedirla. Posso solo dir loro che dovranno tenere in tale onore le leggi da osservarle quando sono giuste (cioè quando sono la forza del debole). Quando invece vedranno che non sono giuste (cioè quando sanzionano il sopruso del forte) essi dovranno battersi perché siano cambiate». Sono parole di don Lorenzo Milani.

Queste righe richiamano al senso di una legalità che è solo un mezzo e non un fine. Il fine è la giustizia sociale. Non possiamo permetterci il lusso di parlare di legalità senza porre la questione dell’uguaglianza.

Una legalità senza uguaglianza mina il legame sociale e accentua le distanze culturali ed economiche. È l’uguaglianza il fondamento della legge, non viceversa. Scrive don Ciotti.

Il primo compito del mondo del volontariato e dell’associazionismo non può che essere il rilancio della Costituzione. La Costituzione come legge fondamentale che definisce la profonda connessione tra legalità e diritti.

La Costituzione fissa le condizioni di pari opportunità per tutti, di uguaglianza sostanziale, connette ad essi i doveri inderogabili di solidarietà, fa discendere da qui le leggi che rendono verificabile il rispetto di quei doveri. È nella Costituzione che si comprende perché evadere le tasse, truccare un appalto o scippare un anziano è un attentato alla dignità delle persone, non alla forma. Scrive Giovanni Serra.

Proprio per questa serie di ragioni la federazione veneta del MoVI – Movimento di Volontariato Italiano, insieme ad una serie di soggetti istituzionali e non, ha deciso di dedicare la propria attività a questo percorso formativo/educativo sulle tematiche della legalità e della giustizia sociale attraverso un campo di lavoro su un bene confiscato alle mafie.

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