Rompere il muro dell’omertà e della passività con l’indignazione per costruire un umanità fondata sulla dignità e sul riconoscimento del valore dell’uomo: con questa convinzione pubblichiamo “Rompere il muro della paura, Roger Waters

Fluttuano alle vostre spalle
i vostri passati possibili
Alcuni lucidi e pazzi,
altri spaventati e perduti
Un avvertimento a chi è ancora al comando
Di prendersi cura dei loro possibili futuri

(Your possible pasts, 1983)

La lotta di Waters contro la guerra, contro la riduzione in schiavitù dell’uomo, contro l’imbarbarimento dei mass media, contro la finanza, contro il mancato rispetto dell’uomo pienamente inteso, costituiscono non la possibilità di sfruttare l’immagine (commerciale) del “buono” ma una vera e propria scelta poetica.

La poetica di Waters

Roger Waters ha architettato la sua poetica attorno alla metafora del muro che costruiamo come singoli e come nazioni mossi dalla paura dell’altro, del diverso, dello straniero.

Il percorso

L’alienazione dell’uomo moderno, chiuso ed abbandonato, nelle sue paure e alle sue angosce (The dark side of the moon, 1973) conduce il musicista britannico ad analizzare con sempre più attenzione la società contemporanea fino ad arrivare a costruire una poetica centrata sul significato dell’essere uomo e su tutto ciò che la contrasta e l’annichilisce.

Gli album a seguire diventano così tappe di un percorso in cui scandagliare ciò che conduce all’isolamento dell’uomo, alla sua trasformazione in consumatore, merce, puro oggetto controllato dai poteri finanziari, politici e mediatici. Waters arriva a descrivere l’umanità tutta come privata della propria essenza, ridotta ad un branco di pecore minacciate da cani rabbiosi e porci mossi dai propri privati interessi (Animals, 1977). Un’umanità che per saziare se stessa si affida al gioco d’azzardo, alla televisione, al sesso, all’imposizione di modelli educativi castranti  e distruttivi. Persone chiuse sempre più in se stesse, incapaci di guardare all’altro se non con paura, uomini sempre più controllati da poteri forti e distaccati che non hanno altri obiettivi se non il controllo dell’umanità e il proprio arricchimento.

La forza di Waters sta nel considerarsi sempre parte in causa, mai osservatore esterno bensì uomo inglobato in queste logiche, mosso da tentazioni, da pigrizie, da vizi e desideri banali. Arriva così all’ideazione di The Wall (1979).

The Wall concretizza questa visione del mondo, approfondendone aspetti e conseguenze, in un’opera il cui protagonista è una rock star: Pink.

L’opera si apre quando, ad un passo da precipizio umano, la rock star, chiusa nella propria camera d’albergo, poche ore prima di uno spettacolo, in preda alle droghe vive un complesso flash back su tutta la propria vita. La rock star (inconsciamente) ricorda il padre morto durante la seconda guerra mondiale, il sistema educativo incapace di dare senso critico e maturità alle persone ma capace di imporre solo regole comportamentali, una società incapace di avere cura dei bambini se non “soffocandoli”, un sistema sociale dove il divertimento si sostituisce alla propria realizzazione umana. Ognuno di questi ricordi rappresenta un mattone, mattoni che vanno a costruire un muro tra se stessi e gli altri. Sempre più controllati, sempre più incapaci d’affetto, sempre più dediti alla banalità ci chiudiamo in noi stessi.

Pink, fisicamente chiuso nella camera d’albergo, non può che fagocitare la propria umanità fino all’intervento di un medico che, obbedendo all’impresario musicale del gruppo, interviene sulla catatonica star.

Per riportarla alla realtà? Per aiutarla a ritrovare la strada? No perché di lì a poco Pink dovrà salire sul palco, lo spettacolo deve continuare, the show must go on, la macchina del business non può fermarsi. È così che vediamo Pink montare nell’auto che lo condurrà allo spettacolo e lentamente trasformarsi fino ad assumere le sembianze con cui scenderà dall’auto: quelle del gendarme fascista.

Comincia così lo spettacolo in cui la rock star urla insulti e minacce a un pubblico destinato a divenire un’impersonale massa di fan-seguaci. Pink si erge a dittatore urlando al megafono di inseguire e picchiare l’altro, il diverso: la persona di colore, l’omosessuale… l’uomo. You better run all day, è meglio se corri, scappa:

Ci sono checche in teatro stasera?
Mettetele al muro
Ce n’è uno sotto un riflettore
Che non mi sembra a posto
Mettetelo al muro
Quello lì sembra ebreo
E quello là è un negro
Chi ha fatto entrare in sala tutta questa plebaglia?
Ce n’è uno che fuma uno spinello e
Un altro coi brufoli
Se si facesse a modo mio
Vi farei fucilare tutti quanti (In the flesh pt 2)

 

In perfetto isolamento qui dietro al mio muro
Aspetto che arrivino i vermi
Aspetto di tagliare i rami secchi
Aspetto di ripulire la città
Aspetto di seguire i vermi
Aspetto di indossare una camicia nera
Aspetto di sterminare i deboli
Aspetto di sfasciargli finestre
E sfondargli porte
Aspetto la soluzione finale
Che raddrizzi i torti
Aspetto di seguire i vermi
Aspetto di aprire le docce
E accendere i forni
Aspetto le checche e i negri
E i rossi e gli ebrei
Aspetto di seguire i vermi (Waiting for the worms)

Per spingersi infine ancora oltre: giustifica tutto ciò nell’ideale di una nuova Gran Bretagna rinnovata nella pulizia etnica, nel rifiuto basato sulla paura. Nella stessa traccia (Waiting for the worms) si alternano dolci versi populisti che chiedono violenza a lugubri strategie di guerriglia urbana, che si concludono con urlati cori di cieca fedeltà al potere, cori di un’umanità privata di se stessa.

È, però, sufficiente un brevissimo momento di umanità per condannare Pink stesso ad un processo in cui il giudice impone la pena più severa: essere esposto di fronte ai propri simili, abbattere il muro, al di fuori del quale Pink vedrà che alcuni l’hanno atteso.

Pink è Roger Waters, Pink è Syd Barret (coofondatore dei Pink Floyd), Pink è il giovane cantato in Have a cigar (Wish you were here, 1975) che viene lusingato per essere usato da poteri più forti per essere abbandonato quando non servirà più, Pink è ognuno di noi.

The wall mette ognuno di noi di fronte ad un rischio. Ognuno di noi rischia di ritrovarsi chiuso dietro il proprio rassicurante muro e là abbandonato, ognuno di noi rischia di indossare i panni della violenza per celare le proprie paure. La violenza con cui ci nasconderemo la nostra debolezza sarà guerra, tortura, razzismo.

La produzione artistica di Waters continuerà aggredendo con sempre più forza tutto ciò che deturpa l’uomo rinchiudendolo all’interno delle proprie paure e rendendolo schiavo.

L’uomo chiuso dal suo muro sarà allora capace di accettare qualsiasi menzogna, anzi sarà proprio il muro a divenire schermo su cui proiettare timori sempre nuovi. Chiusi nelle nostre paure saremo capaci di divertirci, bevendo una birra, di fronte ad una televisione che trasmette scene di guerra (The bravery of being out of range, 1992), saremo incapaci di domandarci perché accettare la morte violenta. Impauriti, succubi, accetteremo guerre raccontate come partite di football (Perfect sense, 1992), accetteremo di credere ad una narrazione del mondo che risponde solo ai dollari e agli scellini. Impauriti, chiusi in noi stessi, ci spegneremo di fronte ai monitor televisivi i cui giochi a premi tuteleranno gli interessi privati di pochi potenti (Amused to deth, 1992). Ubriachi di noia e pigrizia diventeremo insensibili (Confortably numb, 1979): incapaci di indignarci. Terrorizzati dai poveri chiederemo violenza alla polizia contro chi non rispetta l’ordine (Radio KAOS, 1987), aspetteremo pacificamente l’olocausto atomico (Four minutes, 1987).

La poetica di Waters, in cui, come già scritto, l’artista britannico non lesina nel descriversi anche come parte del meccanismo nevrotico di annichilimento però si conclude con la concreta e possibile speranza di un rinnovamento. Ascoltando gli album di Waters risulta chiaro come il britannico non si chiuda, e inviti a non chiudersi, in un vano pessimismo, oscurato da un facile fatalismo catastrofico.

È il padre, deceduto in guerra e mai conosciuto, a suggerire a Waters (2005) di non crogiolarsi nel dolore della perdita di non cercarne conforto ma di tenerne viva la memoria per difendersi dal divenire insensibile.

Mio Padre, ormai lontano, ma disponibile e caloroso
E vigoroso in un’uniforme velata di tabacco, parla ad alta voce:
“Figlio mio” dice, “non trattenerti nella passione della tua perdita,
Ma piuttosto affilane ed aguzzane la lama
Sicché non potrai mai divenire insensibile,
Ferito da scommesse troppo ardue da sostenere”

E Waters decide di indignarsi, di non cadere nella piacevole insensibilità, proiettando sul muro dello spettacolo di The wall i simboli delle multinazionali che commercializzano l’uomo, le foto tessere dei caduti in guerra (riportando nome, cognome, luogo e data di nascita e di morte), le riprese dell’uccisione del fotoreporter durante l’ultima guerra in Iraq. Ma anche i filmati dei figli dei militari che piangono nel veder tornare i loro genitori e le animazioni di un mondo solo consumistico.

Waters chiama in causa, nel fiducioso tentativo di smuovere dalla noia, Margaret Thatcher, Ronald Reagan, Breznev, Bush, Tony Blair, Galtieri e ancora l’Afganistan, l’Iraq, le Falkland, la Seconda guerra mondiale, la questione israeliano-palestinese, i minatori del Galles licenziati, chiedendoci di riappropriarci di ciò che ci rende umani di guardare ascoltare capire l’altro. Di non cadere nella tentazione di chiuderci nelle lusinghe del mercato, pena la caduta in un regime totalitario (di cui saremo colpevoli noi stessi), in cui sacrificare i più deboli per gli interessi e i divertimenti di pochi. Rinunciare all’oppressione come strumento di controllo.

Parliamo di Walters perché significa non perdersi sporadiche denunce, non in facili critiche ad un alterità troppo lontana per essere messa in discussione ma dedicarsi ad una poetica che è un punto di vista sull’uomo e sulla sua storia, una poetica votata alla costruzione di una società in cui restituire all’uomo il proprio significato e la propria dignità.

Una poetica in continua costruzione, in continuo aggiornamento, una poetica che è denuncia contemporanea perché rifiuta di abbandonarsi alle singole situazioni per restituirgli, invece, significato più ampio. Una poetica che senza ipotizzare e costruire mondi paralleli, universi utopistici, chiama ognuno di noi all’impegno per superare le paure che, carcerarandoci, permettono la violenza dell’uomo sull’uomo.